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Cappella Sansevero - Via F. De Sanctis, 19 Tel 081 5518470

La Cappella Sansevero dei Sangro, detta anche "Santa Maria della Pietà dei Sangro" o "La Pietatella", fu costruita come cappella sepolcrale dell' illustre famiglia nel 1590.
A rendere questa cappella una tappa immancabile della città, sono
la Pudicizia, il Disinganno ed il Cristo Velato.
La Pudicizia è il nome improprio dato al monumento funebre di Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, madre di don Raimondo, morta in giovane età; il Corradini, per esprimere il concetto voluto dal principe della "pudicizia velata", scolpì una bellissima donna nuda coperta da un velo trasparente che la rende del tutto "impudica" per la generosità delle forme opulente che giocano con le pieghe del leggerissimo tessuto dando l'impressione "tattile" di un vero velo poggiato.
Il Disinganno, è quello di Antonio de Sangro, padre del principe, morto nel 1757, che, sconvolto dal grande dolore per la prematura morte della moglie, si abbandonò ad una vita errabonda ed inquieta della quale scoperto "l'inganno", ritirandosi poi a vita monastica abbandonando le cose del mondo ed il figlioletto Raimondo al padre don Paolo. Francesco Queirolo rappresentò un uomo (don Antonio) che si libera di una rete che lo avviluppa, lavorando, si dice, in un solo blocco marmoreo, con una perizia da orafo nell'estrema difficoltà di realizzare la rete marmorea avviluppata alla figura interna.
Il Cristo Velato poi si può ritenere l'opera sintesi di tutta la cappella. Inizialmente la scultura, commissionata al Corradini,  doveva chiamarsi il Cristo Morto e rappresentare la Passione. Alla morte dello scultore, però, l'opera fu realizzata dal Sammartino con le medesime tecniche suggestive della Pudicizia.
Nella cripta si trovano le Macchine Anatomiche, due corpi umani cui il principe, con un preparato di sua invenzione, ha tolto "l'involucro" corporeo, metallizzando l'intero sistema delle vene e delle arterie. Non è noto come sia stato effettuato né si sa se i due infelici fossero o meno già morti quando è stato compiuto. Un'altra ipotesi ci dice che si tratta di una costruzione completamente artificiale ma anche così non si capisce come si sia potuta realizzare tenendo conto dei mezzi dell'epoca.


Il Cimitero delle Fontanelle - Piazza Fontanelle alla Sanità n.154

 

Il cimitero è scavato nel tufo della collina di Materdei. Vi si accede dalla piccola chiesa di Maria SS. del Carmine. Fino all'epidemia del 1836 è stato utilizzato come anonimo ossario della città. La maggior parte degli scheletri risale alla terribile pestilenza che, nel 1656, diminuì drasticamente il numero degli abitanti da 400.000 a 100.000.
Nel 1952 Roger Peyrefitte  scrive: "In due larghe gallerie, alte una dozzina e lunghe un centinaio di metri, vi erano allineati migliaia e migliaia di crani e di ossa illuminati da migliaia di candele. Le ossa sono tutte ben ordinate per tipo e ammassate in precise forme geometriche tranne alcuni crani che sono racchiusi in bacheche di legno o di marmo, questi sono i resti delle "anime adottate". Le volte della cava sono molto alte e ci sono delle aperture da dove filtra un velo di luce, sembra un immensa cattedrale della morte.
Il silenzio irreale era rotto solo dalla litanie delle vecchie o dai cori che recitavano suffragi per le anime del Purgatorio, una vera trasposizione. Sembrava vivere in un altra dimensione nel pieno di una tragedia greca. Lo strepitio improvviso delle ali o il verso di qualche uccello fa sussultare il visitatore e lo riporta nella realtà."
Dopo un periodo di chiusura, il cimitero fu riaperto al pubblico nel 1872. Iniziò allora a diffondersi il culto delle anime "pezzentelle". Ogni devoto adottava un cranio, che corrispondeva ad un'anima "pezzentella", cioè abbandonata e senza preghiere, gli dava una degna sistemazione in una cassetta e gli faceva spesso visita portando fiori e lumini e recitando "requiem aeterna" per lenire le sofferenze dell'anima che si credeva al Purgatori
o. In cambio l'adottante voleva grazie e protezione e se queste non avvenivano riabbandonava il cranio nella polvere e nell'incuria e ne adottava un altro.


"Il Miracolo di San Gennaro" - Duomo di Napoli

http://www.duomodinapoli.com/

La leggenda narra che Gennaro, vescovo di Benevento, visse ai tempi delle persecuzioni cristiane da parte di Diocleziano. In quel periodo era vescovo di Miseno Sossio, uomo stimato per la santità di vita. In occasione di una liturgia, Gennaro si recò a Miseno, ma, nel contempo Sossio fu imprigionato. Allora, Gennaro si recò subito a trovarlo nelle carceri con il suo diacono Festo e il lettore Desiderio dove furono riconosciuti come cristiani ed impringionati. I martiri furono tutti decapitati e, come si usava all'epoca, il loro sangue fu conservato in delle ampolle dai fedeli. Questo avvenne nel 305. Tra il 413 e il 432 il Vescovo di Napoli volle dare al Santo una più degna sepoltura, spostandone i resti nelle catacombe poste sulla collina di Capodimonte.
La prima notizia certa del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro risale al 17 agosto del 1389, data della festa dell'Assunta, in occasione della quale furono esposte le reliquie del Santo. La cronaca racconta che il sangue si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del Santo. Da allora il culto si andò intensificando sempre più con frequenti notizie dell'avvenuto miracolo.
Tre le date fisse del ricorrente prodigio: vigilia della prima domenica di maggio (prima traslazione), il 16 dicembre (anniversario dell'eruzione vesuviana del 1631) e il 19 settembre (data del martirio). Il sangue per liquefarsi può metterci pochi secondi come mezz'ora o giorni, allora la gente prega perché ciò avvenga.




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